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La pratica dello Yoga: flessibilità o forza?

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La pratica dello Yoga: flessibilità o forza?

Oggi parliamo di Yoga. Quando si affronta l’argomento, spesso, si fa confusione attribuendo importanza a un aspetto della pratica piuttosto che un altro. Si rischia così di perdere la visione globale e unitaria di una filosofia articolata, in cui non conta solo raggiungere una determinata posizione, o asana, ma, per così dire, il cammino e il percorso che ha portato il praticante al raggiungimento della stessa, al coordinamento tra respiro e movimento, alla fluida messa in relazione tra gli asana. Flessibilità o forza, dunque? Ne parliamo con Davide Penta, insegnante di Ashtanga Yoga.

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Yoga, tra equilbrio, forza, flessibilità, concentrazione.

Un famoso sutra di Patanjali recita, sthira-sukham-āsanam, e viene citato spesso come fondamento nella pratica delle asana, dove si possono incontrare su un campo neutro stabilità e fluidità, vigore e rilassamento, tensione e sospensione, appunto sthira e sukham. Il riferimento patanjaliano è indirizzato alla posizioneseduta’, ovviamente mezzo principe per la meditazione e le pratiche interne, ma più in generale i concetti di forza e flessibilità sono alla base stessa di quella ricerca di equilibrio degli opposti che sembra essere alla base di ogni pratica yogica. E i rimandi psicologici sono molteplici, soprattutto ora che spesso lo yoga viene ricondotto a mera pratica fisica. Partendo dal presupposto che le ‘posizioni’ nello yoga siano un punto di partenza importante per lo sviluppo e il fiorire di energie interne, si può anche constatare (e chiunque pratichi lo lo yoga può constatarlo) come molte di queste siano a volte inaccessibili o sembrano tali, pur riconoscendone la valenza e l’importanza. E il contorsionismo nulla a a che fare con la pratica yogica dell’asana, ma spesso viene visto come un punto di arrivo da raggiungere spasmodicamente senza prestare attenzione all’altra faccia della medaglia che è invece la stabilità.

Ecco dunque che lo yogi spesso si ritrova in conflitto interiore tra l’affanno per chiudere un’improbabile torsione o piegarsi innaturalmente cercando strenuamente di superare un limite che tavolta rimarrà insuperabile, senza focalizzare l’attenzione (interna ed esterna) sulla tenuta, la sostanza meglio della forma. In generale si potrebbe dire che sia meglio sviluppare ‘stabilità’ più che ‘flessibilità’, in vista degli obiettivi ultimi e primari dello yoga che sono la visione interna e il ricongiungimento col proprio Sé. E analizzando le principali asana atte a tale scopo si potrà osservare come sia proprio la ‘forza’, intendendo il principio della stabilità , che aiuterà il praticante nel giusto fluire, vivendo la ‘flessibilità’ come un mezzo, uno strumento terapeutico, un supporto. Posizioni come Adho Mukha Svanasana, Samasthiti, Sirsasana, Salamba Sarvangasana, Urdhva Dhanurasana, senza contare le molteplici ‘sedute’, necessitano intrinsecamente di ‘forza’; al neofita sembrerà di non averne mai abbastanza e non riuscire a guadagnarne mai in più, ma col tempo e la pratica costante (requisito fondamentale) essa accresce quasi naturalmente, fino a scomparire, dopo tanta pratica, per far posto ad un flusso che potremmo quasi definire ‘magico’ in cui la posizione nasce e muore in autonomia, e con essa talvolta il praticante stesso.

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Yoga come “unione”

Nell’atto del rompere gli schemi ripetuti la flessibilità, a mio avviso, è di fondamentale importanza, come il movimento del setaccio del cercatore d’oro, ma quando si inizia ad intravedere il bagliore e il luccichio interiore, ecco che stabilizzarsi, fermare ed osservare diventano di primaria importanza. Il ‘quieto moto’ sarà dunque un’anticamera alla seduta perfetta, dove gli opposti potranno finalmente amarsi.

E la redazione di Natura Zen ringrazia Davide per averci raccontato il suo punto di vista su questo argomento che interessa tutti gli amici del sito e non solo! Felice percorso di consapevolezza a tutti voi!

Davide Penta. Inizia a praticare lo yoga nel 1999  (Iyengar Yoga) per poi incontrare l’Ashtanga Vinyasa nel 2005, iniziando un percorso che lo porta a studiare in Italia e all’estero con molti maestri senior: da Lino Miele a Mark Darby e Tomas  Zorzo, da Chuck Miller e Maty Ezraty a David Swenson, Rolf and Marci Noujakat, Tim Miller, Sharmila Mahesh. Allievo da diversi anni di Sri Manju Jois (dal quale nel 2009 riceve l’autorizzazione all’insegnamento dell’Ashtanga) segue il suo insegnamento così come trasmessogli dal padre Sri K.Pattabhi Jois. Nel 2009 viene certificato insegnante yoga dalla Uisp-Coni per poi essere certificato 500 ore nel 2012 (a Bologna dalla AYBO). Nella sua formazione anche studi di Power Yoga, Vinyasa Flow e Thai Yoga. E’ RYT-500 della Yoga Alliance. Insegna Ashtanga tradizionale e Vinyasa Yoga, proponendo lezioni nelle quali il concetto del Vinyasa (l’unione tra giusto movimento e giusto respiro) e la ricerca degli allineamenti e degli adattamenti si integrino e armonizzino. Apprezzato musicista (bassista, chitarrista, compositore e arrangiatore) ha registrato diversi dischi e si esibisce in festivals e concerti. http://www.yoganataraja.it

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